Marzo: mese della donna e… del Papà. Lettera di un figlio dal carcere

Caro Papà,

da quando sono “chiuso” in questa struttura è la prima volta che ti scrivo. Prima non ci riuscivo. Ieri sono andato dal cappellano, in chiesa. Qui pur di uscire dalla cella faresti qualunque cosa! E’ Lui che ci ha parlato della Festa del Papà. Ha parlato così bene di san Giuseppe e di come san Giuseppe aiutava Gesù a crescere, che mi ha fatto venire voglia di scriverti. Ci ha detto che quando Gesù ha pensato di dare un nome terreno al Dio Altissimo e ancora senza un nome vero e proprio, ha usato la sua esperienza di figlio (con Giuseppe come “padre”e come “papà-abbà”), per prendere spunto. Gesù ha detto (così ci ha spiegato don Gianni): “Dio chiamatelo “abbà”, perché Dio è come un papà: serio, discreto, presente, attento, buono, forte, capace di perdonare e di invogliare a crescere… . E così dicendo Gesù parlava di san Giuseppe!  Fulvio ha detto sottovoce : “L’opposto del mio”, (ma don Gianni l’ha sentito!). Ma io ho pensato a te e mi sono detto che se anche non sei san Giuseppe sono  contento di averti come padre. Per questo ti scrivo: perché volevo chiederti perdono dei dispiacerei che ti ho dato. Se non ci riesci, pensa a san Giuseppe  e se non riesci ancora a perdonarmi, non fa niente. Ti capisco e non ti condanno per questo. In fondo me lo merito. Quante volte mi hai detto di cambiare amicizie, di stare attento e di non fare pasticci!  Ancora una cosa: ringrazia anche mamma. E chiedi anche a lei se mi perdona. Una cosa che mi è sempre piaciuta di voi è che dopo aver litigato eravate capaci di fare pace. Don Gianni non l’ha detto, ma non puoi essere un bravo padre se non sei sostenuto un po’ anche dalla donna che ti è accanto, dalla mamma! E viceversa. Chissà perché non hanno ancora inventato la festa dei genitori. Forse per farne di più!

Agostino (meno 3 anni , 8 mesi e 19 giorni alla libertà!).

Non siamo molto abituati a leggere lettere dal carcere. Ed anche per questo il mondo della detenzione è poco conosciuto, poco esplorato e – molte volte – oggetto di pregiudizi e di stereotipi. Dall’interno del carcere però le cose  sono diverse.   Agostino ci dimostra una non comune capacità di ascolto, di introspezione e di … proposte. Non solo ha imparato a chiedere perdono (!) e a ri-leggere la sua esistenza, ma si sta anche esercitando nel difficile compito della sintesi e … della critica. Ri-leggere la festa del papà con l’aiuto di Agostino non è male. Anche perché la salda all’8 marzo (e generalmente questo non avviene e ci voleva un detenuto per questa bella intuizione e sintesi!). Come direbbe Paolo Ragusa: “Viviamo una società troppo invischiata nel materno: protettivo, privato, accomodante. Per educare però il paterno è fondamentale: il paterno come atto di pensiero intenzionale; il paterno come permesso di andare verso l’ignoto; il paterno che indica un orizzonte sostenibile e progettabile; il paterno che supporta nell’accettazione del limite e del vincolo; il paterno che accompagna attraverso la paura; il paterno come dono, come testimonianza etica e spirituale; il paterno che trasmette il desiderio vitale e insegna a tollerare la frustrazione. Il paterno testimone di coraggio: ha fiducia nelle nuove generazioni ed è capace di educare, soprattutto nei momenti di confusione, smarrimento e delusione, a sperare in un cambiamento, in un futuro. Educare con il paterno significa trasmettere il coraggio di non rinunciare a chiedere, a ringraziare, a discutere; di  apprezzare la gioia e sostenere il dolore; di non abituarsi alle  ingiustizie e alle meschinità; di  non disprezzare ciò che non ci piace e di coltivare anche ciò che è diverso; il coraggio di continuare a cercare. Buon Marzo. Buone Feste. Buona Quaresima.

Guido Tallone